Ammazzacaffè

Questo testo partecipa al concorso Ammazzacaffè organizzato dalla scuola di scrittura Penelope Story Lab

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Piove. Così è tutto più complicato, pensa.

Ci ha messo quasi nove ore per arrivare lì in un tempo decente, senza dare nell’occhio. Adesso non resta che richiudere la terra, quello spazio in cui ha ributtato gli ultimi pezzi rimasti. Non deve rammaricarsi, ha aspettato fin troppo, finalmente il posto è quello giusto, in cima al monte dove venivano sempre ogni anno, dove diceva che le sarebbe piaciuto vivere, ma di case non ne avrebbero potute avere.

La pala è piccola e la terra pesante, l’acqua porta via la parte più leggera e un temporale spacca la notte a pochi chilometri dalla strada giù in fondo.

Glielo ha promesso, non finirà insieme agli altri, che le sparpaglino pure, quelle ossa, lei deve restare intera.

La pioggia non smette. È tardi, in paese l’unico bar sta chiudendo, soltanto cinque minuti, un ammazzacaffè, per riuscire a tornare senza quel peso sullo stomaco.

#concorsoammazzacaffè

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#penelopestorylab

 

Dissociazione Elementare

Dissociazione Elementare

DISSOCIAZIONE ELEMENTARE di Silvia Gelosi (Arcipelago itaca; ISBN: 979 12 80139 47 4; MARI INTERNI – Collana diretta da Danilo Mandolini; prefazione di Gian Mario Villalta; pagg. 88; € 15,00).
La scheda del volume è scaricabile qui:

https://cdn.shopify.com/s/files/1/0248/5823/0883/files/Scheda_DISSOCIAZIONE_ELEMENTARE_di_S._Gelosi.pdf?v=1656323335
Il volume è acquistabile sia tramite il sito della casa editrice, sia su ibs al link:

https://www.ibs.it/dissociazione-elementare-libro-silvia-gelosi/e/9791280139474?inventoryId=422395436&queryId=75e4eea1fe6db1ed733fbab8b748c367

qui, su AMAZON:
https://www.amazon.it/Dissociazione-elementare-Silvia-Gelosi/dp/B0B46NHQRL/ref=sr_1_77?keywords=ARCIPELAGO+ITACA&qid=1656324918&sr=8-77
e in tutte le librerie.

Luoghi. E poi.

 

A volte mi fermo davanti allo specchio, guardo dentro gli occhi scavati per vedere se la riconosco un po’ quella cosa lì, quella luce che ha resistito a così tante cose e giorni e luoghi, il vetro mi restituisce solo gli ultimi anni stanchi, cerchiati dal sonno, dalle delusioni che stanno macerando sul fondo del lavandino. Evaporeranno forse con l’acqua bollente in un momento buono, magari quello giusto.
Ogni giorno cerco quel movimento che fa la luce oltre il ciliegio selvatico, oggi la nebbia copre la metà di sopra ed il cielo è un blocco di cemento.
Chiudo l’ultima persiana, il buio è fitto e senza luci, c’è ancora nebbia. Guardo la stanza, l’asimmetria data dalla mia parte colma di libri, guardo gli altri libri appoggiati a terra, dovrei farmi fare una libreria, penso, c’è un vecchio cofanetto, un residuo dei traslochi, una metà della vita che sembra di qualcun altro.
Dovrei buttarle le cose vecchie mi dico, invece conservo tutto, perfino le mollettine luccicose a forma di farfalla di quando avevo i capelli lunghi. Ci sono le spille che mettevo sulla divisa da barman, un braccialetto rotto, due croci d’argento, un lapislazzuli, un  gettone. Mi ricorda le telefonate nelle cabine chiuse, i rumori lontani del bar, di quelli che giocavano a carte la domenica pomeriggio. L’odore della plastica, di aria rimasta chiusa, di chi c’era stato prima, un profumo che si incastrava nelle fessure e nel naso.
C’era, in quel gesto, nel gesto di andare per telefonare, un’ansia dell’attesa, la paura di una risposta mancata, la bellezza della voce.
Richiudo la scatola, rimetto l’ippopotamo morbido e grigio sopra a fare la guardia, scendo di sotto per accendermi una sigaretta.
Guardo la fiamma del camino, come fosse la pausa di una fine giornata, di una fine e basta magari, una contemplazione giornaliera di qualche pezzo, come ad esempio quel passato remoto in cui si faceva il giro delle mura d’inverno sui motorini, in due senza casco, con l’aria che tagliava la mezza faccia scoperta, il naso gelato dal freddo e quella stupida convinzione di far durare un per sempre.
Ho ritrovato soltanto un andarsene invece, la sfacciata verità del tempo quando ti cambia anno per anno anche la voce, la misura delle ore, dell’aria, questo rumore dei motorini quando se ne andavano via e tutto il resto con loro, insieme al chiasso che hanno sempre fatto le marmitte della Giannelli.
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Racconti brevi
#400parole

Foto del Maestro Michele Mobili

Non è così che passo i giorni

 

Questo racconto partecipa al concorso toast, organizzato dal Penelope Story Lab.

Te lo ricordi quando ascoltavamo i Police dentro alla tua auto? C’erano quelle canzoni in cui dovevamo per forza accenderci una sigaretta. Fumavo le Cartier, avevano il filtro bianco, lucido, tu le Gauloise rosse.
Mi insegnavi la meraviglia delle cose e lo credevo un giudizio universale, tutta la luce era abitabile, perfino di notte, ero in ascolto; tutta me era viva per musica e racconti del mondo che avevi già visto tu.
Poi, c’è stato l’ultimo viaggio, un lavoro muto, un ritorno in cui non c’eravamo più. Dovresti guardarmi adesso, non è così che passo i giorni, sai? Hai scalzato le mie strade, ora il loro silenzio è invadente, sono un essere inadeguato in ogni posto. Custodisco assenze da un po’ di tempo, infilo le mie logiche strappate in qualche incavo del corpo mentre penso, le Muratti blu non sono la stessa cosa accidenti, qualcuno deve dirglielo alla Philis Morris.
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